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Quindici anni di bene comune

E inevitabilmente arriva il tempo dei bilanci. Molti, con pacato senso critico, avranno pensato “si poteva fare di più…”. Altri, più estremisti e giacobini, avranno invece archiviato l’esperienza come fallimento totale (il partito del “n'ove fatte ninte”). I principi che ispirano i giudizi più o meno severi, in linea generale, sono tutti rispettabili quando però basati sull’analisi attenta, sulla conoscenza dei dati e su una interpretazione della realtà che tenga conto del periodo storico. Allora siamo stati ispirati a scrivere un editoriale per condividere il nostro bilancio che per facilità di lettura abbiamo diviso in brevi paragrafi.

Mala tempora. Lo scenario di questi 15 anni è stato davvero epico. Il periodo storico in effetti è riconosciuto, a ragione, il più difficile del dopoguerra. Crisi economica, nazione allo sbando, classe dirigente politica di bassissimo profilo, finanza pubblica virtuale e crisi morale di proporzioni latinoamericane. In tutto questo, il nostro territorio, già provato dal calo demografico e dalla crisi del lavoro, è stato ulteriormente flagellato da terremoti e calamità naturali varie. Amministrare una piccola comunità è stata (e lo sarà ancora per qualche tempo) un'impresa eroica, tale da meritare giudizi onesti e ponderati.

I numeri. Nonostante questo rumore di fondo, il comune di Fano si è difeso egregiamente. Due terremoti gestiti efficacemente almeno fino a quando le competenze tecnico-amministrative sono rimaste locali. I risultati, come i numeri, sono scolpiti su marmo: 15 anni sul podio delle amministrazioni più virtuose della provincia per la gestione del bilancio, finanziamenti pubblici per complessivi 9.3 milioni di euro, un ostello, un museo etnografico, depuratori per entrambi i paesi, rete idrica a Cerqueto, il rifugio del monte, un consorzio forestale (poi silurato dalla miopia di un comune confinante), molti interventi di riqualificazione dei centri urbani (omettiamo la lista davvero troppo lunga), costante supporto finanziario alle associazioni per complessivi 250000 euro (stimati in difetto), numerose iniziative culturali (convegni in vari ambiti, patrocinio/sponsor in progetti di antropologia e relative pubblicazioni). Tutto questo nonostante i limiti di spesa pubblica imposti dal patto di stabilità.

Il sindaco. Adolfo Moriconi è stato il capitano di questi 15 anni. Motore diesel, stile pacato, grande incassatore. Molto criticato come tutti quelli che ci mettono la faccia e che non urlano per affermare le proprie ragioni. Troppi però dimenticano (o fanno finta di dimenticare) che, con la sua elegante prudenza e la sua specchiata onestà, ha gestito il periodo più duro della storia di questo comune. I risultati sopra riportati sono in larga parte riferibili al suo lavoro costante. Più recentemente, nel vuoto dell’impegno civico e nel degrado morale che domina la società attuale e la politica sovracomunale, la sua azione è diventata progressivamente più stanca e meno efficace. Ma pur stanco, è rimasto al timone da capitano coraggioso mentre tutto intorno era tempesta. E in porto siamo rientrati, ora aspetteremo che il mare si calmi. Di lui, come amministratore equilibrato e saggio nel mondo degli insulti e della volgarità, si sentirà la mancanza.

La comunità. Una amministrazione ideale è fondata sull’armonica condivisione di sentimenti e di obiettivi tra la cittadinanza e gli organi di rappresentanza. Nei piccoli comuni il senso di appartenenza, la memoria collettiva, le piccole dimensioni e la vicinanza dovrebbero teoricamente stimolare le iniziative dei singoli favorendo una reale democrazia diretta. Tutto questo in linea molto teorica. Sono passati 15 anni in cui, aldilà di like o di critiche su varie questioni rimbalzate dai social, una vera comunità non c'è stata. A rendere lampante la fragilità del legame alla propria terra sono arrivati i terremoti e le altre calamità naturali: la fuga a valle, i rientri sempre più rari nei weekend e il distacco affettivo mascherato dai like per il “paesello” hanno fatto tremare i nostri paesi più delle scosse telluriche. Ma, come nelle favole, c'è sempre un piccolo manipolo di volenterosi che ha cercato di non perdersi: e da quelle ore piene di paura ha tratto l’energia e la speranza di una rinnovata comunità.

Il futuro prossimo. E veniamo ai nostri giorni. Tra poco meno di mese ci saranno le elezioni amministrative. A Fano è capitato qualcosa di bello: come spesso dimostrato dalla storia, i mala tempora hanno avvicinato nuovamente le persone, ridotto le distanze, messo insieme financo guelfi e ghibellini. In particolare, l’ultimo terremoto e il senso di fine tracciato dal bianco surreale della grande neve hanno rilanciato il senso di appartenenza. Il bene comune sopra ogni cosa, sopra le reciproche antipatie e la narcisistica difesa delle proprie ragioni. Il caso ha voluto che, divisi tra guelfi e ghibellini, ci fossero proprio le persone (purtroppo poche) che negli anni hanno espresso una tracciabile militanza civica seppur con filosofie ed approcci diversi. I presupposti sono nobili, speriamo che il tempo dia ragione.

Cerqueto e il nuovo scisma. In questo nuovo scenario rimane una cicatrice profonda. Gli amici di Cerqueto, con cui questa associazione ha molto condiviso, hanno sostanzialmente girato le spalle a questa iniziativa civica. Molti di noi le ragioni non le hanno capite forse perché i termini “impari dignità” o “secessione” riescono ad evocare solo scenari di altri tempi. Peraltro le questioni comunali degli ultimi tempi c'entrano poco. Già tempo prima (almeno due anni prima della famosa nevicata della discordia), rinnovati “malumori” estremisti erano riemersi senza ragione apparente. Trasferiti in ambito comunale, questi nuovi moti hanno prodotto una paralisi amministrativa. Per chi fosse poco informato ecco i numeri grezzi delle enunciate impari opportunità: più di 4 milioni di euro di finanziamenti pubblici (solo 500 investiti sul museo) indirizzati a Cerqueto negli ultimi anni oltre agli investimenti per la ricostruzione; 3 dipendenti comunali (contro 3 di Fano di cui uno alla soglia della quiescenza); 1 dipendente in consorzi/partecipate (contro 0 di Fano); almeno 4 dipendenti in aziende a partecipazione statale attive (vedi ENEL) sul territorio comunale (contro 0 di Fano); 2 dipendenti (+1 in quescienza) nell'ente Parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga (contro 2 di Fano); 2 dipendenti in cooperative orbitanti intorno allo stesso ente Parco (contro 0 di Fano); 1 cantiere già attivo per la ricostruzione dei centri storici (contro 0 di Fano). E potremmo andare avanti, soprattutto sulle occasioni mancate (vedi in particolare il capitolo etno-antropologia e il centro studi Don Nicola Jobbi). Per quanto riguarda questa associazione, gli amici di Cerqueto rimarranno tali in attesa che qualcuno di loro sappia convincerci delle ragioni della nuova disfida. Due modesti ed affettuosi consigli finali: all'amico Angelo, candidato sindaco, di essere più amministratore super partes e meno capo ultrà; agli amici di Cerqueto di scendere da cavallo e seppellire l'ascia di guerra… non c'è davvero nulla da conquistare.

I buoni propositi per il futuro. E con i propositi che chiudiamo questo editoriale. Partecipare alla vita civica significa testimonianza, passione e sacrificio. Che lo si faccia a livelli nazionali o che lo si faccia in piccole realtà poco c'entra. Qualsiasi azione o proposito per costruire un futuro migliore è da annoverare tra i principi più nobili, quegli ideali un tempo considerati inalienabili e oggi svenduti da una società civile dal profilo etico sempre più basso. Allora, per noi e per tutti, l'esortazione a rimettere quegli ideali, equilibrio e saggezza inclusi, al centro dei nostri piccoli mondi. Ognuno faccia il suo pezzo, insieme si potrà fare un capolavoro. Questa riflessione intima è quello che Tolstoj ha mirabilmente suggellato con la frase “tutti pensano a cambiare il mondo, nessuno pensa a cambiare sé stesso”. E con la speranza di un rinascimento in ognuno di noi, aspettiamo le elezioni. Alé

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