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Campo Base

Perso nel sogno credevo di essere sull’Everest, sotto la tenda in un campo base in quota, in attesa di condizioni meteorologiche adeguate per l’assalto finale alla vetta. Invece no, non è il Nepal. E quello che mi dorme accanto non è un esperto collega di escursioni estreme. Siamo a casa, a Fano, in un Appennino martoriato che sembra sempre di più il tetto del mondo. Anno domini 2017. A dormire accanto è un amico, di quelli con cui avevi passato un’infanzia meravigliosa e che avevi perso di vista perché la vita è fatta così. La grande neve, la mancanza di energia elettrica, l’isolamento, la paura ci hanno messo sotto lo stesso tetto, dopo molti anni,  a condividere sogni e speranze. E così tutti gli altri in paese. Poche persone strette in nuclei abitativi, piccole comunità autonome, per scacciare i brutti pensieri, esorcizzare la paura, aiutare gli anziani e le persone più fragili. Se non fosse surreale, sarebbe l’esperienza più romantica e sentimentale di sempre. Le notizie di Rigopiano che apprendiamo da una radiolina vintage ci ricordano che la natura e la sua forza, talora spietata, rimettono ordine dove l’uomo e la società dei consumi hanno creato il caos. E allora di nuovo in piedi, senza doccia, giusto i denti e una passata di acqua gelida sotto le ascelle. Pale in mano, testa bassa e lavorare. Per dimostrare a noi stessi, insieme ai pochi superstiti, che ‘nza fenete lu monne. Per le strade, nei cunicoli di neve, incontriamo altri amici. Le stesse facce segnate dal sonno interrotto dalle scosse, dal rifornimento ai gruppi elettrogeni o dalla ronda per ravvivare la fiamma del cammino. La vita è davvero strana. Tra gli amici, quelli che si sono distinti per coraggio, impegno, solidarietà e lavoro non hai trovato necessariamente le persone più intime, più simpatiche o i tuoi preferiti. Hai trovato magari persone che le sciocche dispute della vita avevano messo dall’altra parte della barricata per incomprensioni, diverse idee del mondo e della vita, opposto credo politico. Con il bianco ovattante della neve, sono improvvisamente diventati i tuoi eroi. E’ così anche tu per loro. La causa comune e superiore, cioè il bene della tua gente e del tuo paese, ha concesso un nuovo ordine ai pensieri e ha fatto stringere in un rinnovato abbraccio. E con loro hai condiviso riflessioni, tante da ingorgare la mente e dimenticare la normalità. La politica impreparata ed inopportuna, l’improvvisazione nelle scelte strategiche, lo spettacolo ad ogni costo fossero anche le vite degli altri, i morti di serie A e serie B, l’imprudenza dell’uomo di fronte alla natura. Il peggio dell’Italia al capolinea. Il surreale è diventato improvvisamente realtà. Amministrazioni comunali abbandonate a loro stesse, isolate tra i monti, quando la cosa più sensata era ripristinare al più presto la comunicazione per coordinare l’emergenza (banalmente con telefoni satellitari). Un centro di coordinamento provinciale, ribattezzato da alcuni “mercato del pesce”, dove in assenza della ferrea struttura piramidale necessaria all’organizzazione dell’emergenza si è pensato a dar credito a questo o quel politico. E da qui turbine e spazzaneve (davvero troppo pochi in un’area dove c’era da giorni l’allerta meteo) inviati in base alla voce più grande, interventi orientati secondo fantasiosi ordini impartiti direttamente dal governo regionale, piccoli ras in colbacco a dettare ordini alle forze dell’ordine e ai soccorritori senza alcun diritto, spettacolari interventi di “salvataggio” con tanto di ripresa TV programmata il giorno prima. E non era finito il peggio vista la storia di energia elettrica e la telefonia fissa e mobile. Aziende tanto puntuali nella comunicazione, nella promozione e nella bollettazione tanto pericolosamente impreparate di fronte all’emergenza. Tutti questi elementi non potevano non rappresentare i presupposti della psicosi collettiva. E così è andata. Tanti paesani dai nervi poco saldi, trascinati dal tumulto delle emozioni, si sono abbandonati a scene isteriche, rivendicazioni, accuse e dichiarazioni scomposte. E molti, che ora magari si pentono tristemente, hanno lasciato il loro sigillo su facebook e gli altri social network dimenticando una regola aurea.. scripta manent (soprattutto le cazzate prodotte da estremismi del secolo scorso e narcisismi dell’era moderna). Ma tutto si può ancora sopportare, tranne la morte ed i morti. Soprattutto se conseguenti tanto all’indifferenza della politica di fronte al dissesto idrogeologico così come all’imprudenza dell’uomo. Non è necessario scomodare le generose concessioni edilizie di Rigopiano, basta tener in mente che già dal lunedì sera (NdA i sandandoniari persi nel canto sotto i fiocchi lo sanno bene) nessun montanaro avrebbe vissuto con leggerezza quella neve tenendo in un hotel 30 persone a 1200 mt. Cosi come imprudente è stato, alcuni giorni dopo, avventurarsi “per passione” a sciare su una montagna martoriata (come fosse un tranquillo week end di sole) e fare fatalmente in modo che eroi stremati morissero precipitando con l’elicottero. Tante storie, incluse le vite spezzate di Enrico di Ortolano, Claudio e Mattia di Poggio Umbricchio, a suggellare ancora una volta la forza della natura e la fragilità dell’uomo. Ora l’unica speranza è che tutto ciò sia servito a una riflessione catartica per affrontare il futuro con maggiore consapevolezza.

Chiudiamo questo editoriale con le riflessioni più profonde per ringraziare tutti quelli che si sono adoperati, fin dalla prima ora, per il bene comune spalando, rassicurando, aiutando e sorridendo a chi era più in difficoltà. Un grazie speciale ai nostri giganti, gli anziani, che per l’ennesima volta si sono distinti opponendo alle isteriche lamentele dei più giovani la serenità, la saggezza e la pazienza. Molti, i più fragili, sono andati via in quei giorni. Stiamo aspettando che tornino. Un grazie infine a chi ha attraversato l’Italia per aiutare, senza condizioni, le comunità sommerse dimostrando, come hanno insegnato i meravigliosi pompieri di Chiasso e i superstiti fanesi, che pochi cuori possono far sentire un unico grande battito.          

Tante storie, tante emozioni ed unica certezza. Nonostante le scosse, la grande neve, la paura e la tristezza … siamo ancora vivi.

 

 

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