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La montagna, il patrimonio dimenticato dalla politica.

un volano per l’economia dell’intero territorio. Erano gli anni in cui pochi coraggiosi proposero un nuovo modello, quello che riconvertiva le terre dei pastori in una meta turistica. E così il clima aspro invernale e la montagna impervia, da sempre considerate una sciagura per gli armenti, acquisirono una dignità tutta nuova in una moderna evangelizzazione turistica. Nel Gran Sasso teramano, il più bello e maestoso, le cose si misero molto bene e in pochi anni nacquero Prati di Tivo e Prato Selva. Seguirono quindi anni di successo con una affermazione delle stazioni sciistiche: la prima divenne ammiraglia incontrastata di bellezza e maestosità, la seconda cenerentola elegante ed assolata di un paesaggio più morbido. La loro convivenza, nonostante la difesa campanilistica delle proprie identità, divenne un modello di sviluppo territoriale attraendo un numero crescente di turisti ed impiegando i tanti giovani in cerca di occupazione. Dopo un periodo aureo tuttavia la situazione si fece meno rosea e, in rapporto a diversi fattori (tra cui scarsa lungimiranza delle amministrazioni, incapacità degli operatori e cambiamenti climatici), il potere attrattivo si fece progressivamente più debole ed incerto. La politica a quel punto, scuotendosi dal torpore che la contraddistingue, ebbe uno slancio di lucidità e generò una società, a partecipazione pubblica e privata, per sostenere il turismo e rilanciare il territorio. La nuova entità, proposta come deus ex machina, fu chiamata Gran Sasso teramana a sottolineare la dignità e la fierezza del versante dalle fattezze alpine. Purtroppo anni dopo la storia ci insegnera’ che le cose andranno diversamente come vuole la più tipica tradizione dell’italica mediocrità. La società basò la sua attività unicamente sull'intervento di enti pubblici (in primis Provincia e Camera di Commercio) dilapidando molto denaro pubblico con risultati deludenti. La consapevolezza di una gestione fallimentare, con bilanci maneggiati come un gioco delle tre carte, arrivò davvero troppo tardi e solo recentemente, i principali soci dichiararono la resa. Una fine ingloriosa, resa ancora più amara dal fatto che, in tutti i passaggi chiave, le comunità locali, custodi del territorio, non vennero mai interpellate e coinvolte attivamente. Ma il tempo corre rapido e siamo ai giorni d’oggi. Difficile tirare le somme sugli errori del passato e sulla mancanza di lucidità che ha contraddistinto la gestione dell’intera vicenda. Le responsabilità di esperienze che falliscono andrebbero sempre equamente distribuite tra i vari attori che si susseguono e mai sull’ultimo degli interpreti. Ma perpetuare gli errori adottando soluzioni ambigue rischia di essere diabolico. E così abbiamo visto nuovamente gli enti sovracomunali (in particolare la provincia) e gli indecisi riferimenti politici che la governano sbagliare tutto ciò che si può sbagliare: una liquidazione con tanto di curatori fallimentari che invece di liquidare hanno provato, fallendo, a gestire gli impianti; totale insensibilità ai trend turistici che hanno visto l'esplosione di alcuni temi (tra i primi natura incontaminata, montagna e borghi); formalismo iperbolico degli enti preposti con burocratica interdizione all’accesso alle terre alte (probabile effetto Rigopiano). E poi, se non bastasse, le aggravanti del caso. Per un territorio che ha vissuto tre terremoti e conseguente spopolamento erano necessari segnali forti con enti pubblici schierati a sostegno. Un'occasione mancata per dimostrare che la politica ha ancora un senso. Infine il peccato più grave: non è più la stagione del predicato senza complemento o del complemento senza contenuto. È impensabile, come più volte capitato in Provincia, ricevere amministratori in cordiali incontri informali o riunioni di CdA e declinare impegni e intenzioni senza poi dare seguito agli stessi. Se le difficoltà e gli impedimenti sono insuperabili, è doveroso prendere le proprie responsabilità, fare una scelta e magari dire no (un NO chiaro e forte, seppur doloroso, è sempre meglio di un inconcludente NI). E veniamo ai temi del nostro cuore. A breve si tratterà di definire la questione Pratoselva: dismessa la seggiovia più importante, l'Abetone, è per Fano essenziale revisionare la seggiovia Ginestra (se peraltro ciò non accadesse entro novembre, la stessa diventerebbe ferro vecchio e quindi nemmeno più rivendibile nel mercato degli impianti usati) e ristrutturare il Rifugio. Per la revisione dell’impianto giace in Regione un finanziamento di 200000 euro ottenuto dal Comune ormai 3 anni fa; per la ristrutturazione del Rifugio sono necessari circa 100000 euro che non possono e non devono essere un problema (la Provincia deve al Comune circa 90000 euro di canoni arretrati… come si dice “pari e patta”). Con tali interventi sarà possibile iniziare la riconversione della stazione in un sito dedicato a tutti gli sport di montagna alternativi allo sci alpino e, soprattutto, dedicato ai bambini per l'avviamento alla natura e allo sci (una specie di “kids montain park”). È già molto tardi e altro tempo non va disperso. Stavolta, in caso contrario, la cortesia e la sobrietà che ci contraddistinguono verranno dimenticati per lasciare il posto alle iniziative del caso che affideremo a web, stampa e sedi legali. Non è più pensabile trattare con tale superficialità la più bella montagna dell’Italia peninsulare. Alla politica e ai suoi rappresentanti, sempre troppo attenti ai numeri e poco alla sostanza, arrivi il nostro messaggio forte e chiaro: ora e per sempre non molleremo di un centimetro. Meno siamo più resistiamo. Avanti tutta

 

 

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