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Il fuoco di capodanno

fcCapodanno, mezzanotte di fuoco. E’ divenuto ormai un appuntamento tradizionale il capodanno in piazza con tutti i paesani raccolti intorno al caratteristico falò preparato in piazza S. Pietro. Il gioco di luci ed ombre creato dalle fiamme sulla facciata della chiesa costituiscono uno scenario unico per la Processione della Pupazza, cerimoniale pagano caratterizzato da un corteo con fiaccole e tamburi al seguito di un fantoccio che rappresenta simbolicamente il vecchio anno. La Pupazza (o Vecchia) è un’usanza già comune in altri posti; la processione al suo seguito è invece una tradizione, recentemente rilanciata, che affonda le sue radici in un canto augurale che nel passato si teneva la notte di capodanno. Chiudono la serata, in tema con il falò, i fuochi pirotecnici sempre molto spettacolari e suggestivi. La mezzanotte di fuoco rappresenta la convergenza di una serie di temi della tradizione popolare abruzzese alcuni dei quali, ad esempio il fuoco, di grande significato simbolico. Il fuoco. Il grande falò accesso dinnanzi la Chiesa dei SS Pietro e Paolo domina la scena della mezzanotte di fuoco con la danza di luci ed ombre che si crea sulla facciata imponente della stessa chiesa. Secondo l’interpretazione più semplice, il fuoco, avvolgendo e distruggendo la “pupazza” cioè il vecchio anno, dà il benvenuto a quello nuovo ma il valore simbolico è ben più articolato. Infatti secondo tradizioni che si perdono nella notte dei tempi (alcune risalenti all’epoca della dominazione dei Siculi - II secolo a.C.), il fuoco rappresenta l’elemento di distruzione del male (sia sotto forma di demone, sia inteso come malattia fisica) e quindi di purificazione. Il suo calore si contrappone al gelo della morte e pertanto simboleggia la resurrezione o la rinascita. Al calore ed alla luce del fuoco viene associato il sole, che rende possibile la vita ed il cui percorso nella volta celeste scandisce il succedersi del tempo. Al fuoco che simboleggia il sole vengono attribuite fecondità e fertilità. Anche il suo colore, cioè il rosso, diventa sinonimo e simbolo di potere e forza, mentre la fiamma, che rischiara le tenebre, è diventata spesso metafora dell’illuminazione intesa come conoscenza. Al fumo sono spesso associate pratiche di divinazione ed il suo andamento viene interpretato per prevedere il futuro sia del singolo sia della comunità. Il rito dell'accensione di fuochi he il significato di esorcismo contro l’inverno, che genera la morte arborea, e contiene in sé la capacità di rigenerare la fertilità della terra. Segno di questa rigenerazione è appunto il fuoco, come “potenza vivificatrice”: il suo calore invita la gente a stare insieme e mettere in fuga il gelo della solitudine. A Fano Adriano il tema del fuoco, come elemento simbolico, ricorreva nel periodo natalizio anche in altre tradizioni ormai (purtroppo) in disuso. Infatti nella notte di Natale, subito prima della messa di mezzanotte, era tradizionale il rituale pagano dei “faoni” (li faune). Questi ultimi erano costituiti da torce rudimentali costruite con pezzi di corteccia di ciliegio essiccati, infilati in un pezzo di ferro o di legno, e fatti roteare ardenti nell’aria. Il termine “faoni” stesso deriva con tutta probabilità dal Fuoco di Fauno (Fauni Ignis) cerimonia propiziatoria ancora oggi tenuta in Atri che prevede una processione con fasci di canne in fiamme (Fauno antico re del Lazio, figlio di Pico, nipote di Saturno e padre di Latino, era venerato come dio delle selve). La cerimonia, nel passato propiziatoria (raccolti o armenti), è stata successivamente rivisitata dall’immaginario popolare (fuochi per “scaldare il Bambino Gesù” nella versione sacra o in alternativa “per allontanare le streghe” nella versione profana). L’accensione di fiaccole e torce nella sera di Natale è tipica anche in altri posti della regione (nel chietino sono chiamate farchie). Il corteo e la “pupazza” (o “vecchia”). Il corteo è costituito da diverse persone che, tradizionalmente chiuse in un mantello (con cappuccio) rigorosamente nero, portano fiaccole al seguito della “pupazza”. Il corteo, il cui incedere è scandito da un monotono ritmo di percussioni, conduce la “pupazza” al grande falò e pochi minuti prima della mezzanotte depone la stessa tra le fiamme ormai alte. La processione al seguito della “pupazza” è una tradizione, recentemente rilanciata, che affonda le sue radici in un canto augurale che nel passato si teneva la notte di capodanno e che trova sostegno in alcune fonti storiche ("...la sera della vigilia di Capo d'anno, da dopo l'avemmaria fino ad ora tarda, ragazzi, ragazze, ed anche adulti popolani… con accompagnamento di cembali (tamurrjielle), mortai, padelle, palette, molle (in altri luoghi, con chitarre battenti e sistri), vanno a cantare gli auguri innanzi alle case di loro conoscenza… per modo che in tutta la città i canti e i suoni, incalzando sempre, a ora avanzata sono tanti che ogni via n'è piena…”; citazione dal libro “Usi, credenze e costumi abruzzesi”, di Gennaro Finamore, Adelmo Polla editore, ristampa anastatica della Edizione Clausen, Palermo 1890). 

 

 

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